Serie A, non si gioca!

Niente accordo fra la Lega e l'Associazione Calciatori, slitta la partenza del campionato di Serie A. Ennesima figuraccia per il calcio italiano.

È uno scontro vero quello fra le società e i suoi ricchi dipendenti. Uno scontro che avviene in un momento delicato per il sistema calcio italiano, in declino, specchio fedele della situazione generale del paese. Il nostro campionato perde appeal e pezzi, dai campioni (Eto'o, Pastore e Sanchez) alle squadre in Europa (già out Palermo e Roma, con l'Udinese retrocessa in Europa League).

Partenza slittata, poiché manca l'accordo sul contratto collettivo dei calciatori. Una bruttura degna di un torneo amatoriale, non certo di un campionato che incassa oltre 900 milioni all'anno solo dalle televisioni. Chi paga è come sempre l'utente finale, il tifoso, che magari aveva già organizzato la trasferta a seguito della sua squadra del cuore. Incomprensibile che una decisione del genere arrivi solo il giorno precedente le gare.  

La verità è che il calcio italiano, intimorito dall'avvento del fair play finanziario, si sente in qualche modo minacciato dalla forza dei calciatori. Una forza concessa dalle società stesse, in tempi non lontani, sottoforma di ingaggi divenuti oggi insostenibili. A temere di più sono soprattutto i grandi club, quelli in cui il costo del lavoro assorbe fra il 70 e l'80% delle risorse. Quei club senza conti in ordine, tenuti in piedi, fino ad oggi, dai soldi e la passione di ricchi mecenati.

Così da Galliani, amministratore delegato del Milan, è partito il primo affondo: i calciatori paghino la tassa di solidarietà. Attacco gratuito poiché nessuno aveva prospettato il contrario e polverone innescato.
Il clima infuocato contro la "casta di ricchi e viziati" non ha aiutato le trattative. Palate di demagogia contro una classe di fortunati che decide di incrociare le braccia, pardon le gambe. Ma i diritti restano tali anche per i più fortunati, i cui compensi sono comunque decisi da un mercato, drogato dalle promesse dei soliti grandi club. "Pagano così tanto i calciatori che un club medio come il Palermo non potrà mai acquistare nessuno da Inter, Juve e Milan" sbottò Zamparini quando si mise sulle tracce del suo ex attaccante Amauri.

L'intento delle società sarebbe di barattare gli alti stipendi con minori diritti. Il nodo della discordia è l'articolo 7: le società vogliono il potere di dividere i calciatori in più gruppi di lavoro in base alle esigenze tecniche. Traduzione per l'Aic: ricattabilità in mano ai club di mettere ai margini della squadra i "disobbedienti" (chi non accetta un trasferimento o un rinnovo). Posizioni inconciliabili, chissà se basteranno 15 giorni…

Riccardo Marchese

Pubblicato il 26 agosto 2011, in 2011, Calcio, Senza categoria con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Ora si vedrà veramente la serietà della cosa: se come sembra verrà ritirato il provvedimento sul superbonus, capiremo cosa abbia pesato più sullo sciopero: se la questione sacrosanta delle rose abnormi, o se il mero interesse economico…

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